In giro per Lecce con il naso all’insù

“Era una piazza informe, la vedevo per la prima volta e ne ebbi la struggente sensazione di un luogo che abbiamo immaginato e visitandolo non ci disillude, perché la realtà vince l’immaginazione e anzi questa si accorge di aver trascurato gli apporti della luce e dei suoni, l’ammorbidirsi dell’aria al crepuscolo, quando gli alberi si chiudono come ombrelli e le case respirano la stessa tristezza che ci fa rallentare il passo” (Ennio Flaiano)

Desideravo da tanto tempo prendere la strada e andare verso Sud, visitare luoghi visti solo in foto o nei film, conosciuti solo attraverso le parole di altri.

Siamo arrivati a Lecce sotto la pioggia e siamo ripartiti con il sole, in una strana atmosfera che sembrava sospesa: una città quasi deserta, bagnata da una pioggia leggera ma costante e in cui ci siamo praticamente persi girando tra vicoli, corti, sotto balconi finemente decorati, davanti a porte abbandonate, tra gatti padroni degli usci e i resti di un ricco passato.

Da una parte c’era la città, bella, accogliente, luminosa nonostante le nuvole, e dall’altra noi, con gli occhi spalancati e il naso perennemente all’insù per non perdere nessun dettaglio, nessuna statua, nessun ornamento.

Abbiamo salutato Lecce con la certezza che il nostro fosse solo un arrivederci, grati dei giorni lenti trascorsi in quel remoto angolo d’Italia e portando via con noi il ricordo della pietra dai colori tenui, delle lunghe chiacchierate con i salentini così innamorati della loro terra, del sapore dei cibi tipici.

A presto!

PS. Lo so, sono due volte di seguito che cito Flaiano, ma che ci posso fare se leggo le sue parole e vorrei averle scritte io?

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Nel chiostro di Salisbury

Mi piacciono i chiostri, i loro impianti regolari, l’immancabile pozzo al centro, quel loro essere chiusi ma con uno sguardo sul cielo e con gli archi che si ripetono quasi a rincorrersi. Sono una specie di giardino segreto, un piccolo mondo lineare in cui passeggiare in silenzio, per non disturbarne la quiete. Quando sono in un chiostro, grande o piccolo che sia, mi piace sempre farmi scattare una  foto: è diventato ormai una specie di rito.

Durante il viaggio in Inghilterra di quest’estate, lungo la strada per la Cornovaglia, abbiamo visitato una cattedrale bellissima e il suo chiostro imponente: a Salisbury, una cittadina del Wiltshire notissima non solo per la sua cattedrale (che è stata il modello per Ken Follet nella stesura de “I pilastri della terra) ma anche perché nelle vicinanze sorge il sito di Stonehenge. Nella sala capitolare è conservata una delle copie della Magna Charta Libertatum, a conferma dell’importanza di questo luogo.

Abbiamo trascorso buona parte della mattina all’interno della Cattedrale e del chiostro, mentre i ragazzi delle scuole assistevano al servizio religioso: con le loro divise e i lunghi mantelli ci hanno ricordato gli studenti di Hogwarts 😉

A presto!

PS. Oltre a “I pilastri della terra” di K. Follett consiglio la lettura di un libro che ha il nome dell’antica Salisbury: “Sarum” di Edward Rutherfurd, un romanzo che, attraverso le vicende di alcune famiglie, narra la storia della città dal neolitico all’età contemporanea.

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“La mia casa allora affaccia sul Tamigi”

Prendo in prestito le parole di altri per il post di oggi: il titolo è un verso di una canzone* e trovo perfetta (ma riscrivendola!) questa frase di Gertrude Stein**: “l’Italia è la mia casa, ma Londra è la mia città”. In nessuna città mi sento così a casa e così a mio agio come nella capitale inglese: a passeggio (questa volta) per le strade di Belgravia, Chelsea e South Kensington, approfittando della stagione teatrale del Globe, godendo della luce del tramonto a South Bank, fotografando una sposa che sta per salire su un bus a due piani insieme ai suoi invitati, gustando una torta in uno dei locali più fotografati del web..

Mi manca Londra, sempre ❤

E voi, in quale città vi sentite a casa?

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In questo post vi avevo raccontato di un altro mio viaggio a Londra

* “La mia casa” di Daniele Silvestri

** Gertrude Stein in realtà ha detto: “l’America è la mia casa, ma Parigi è la mia città” 

Londra e il Victoria and Albert Museum

Ho passato la scorsa domenica a scrivere su un bel quaderno i resoconti dei viaggi fatti con Michele: abbiamo stilato l’elenco, rintracciato i vari quaderni, blocchi e fogli dispersi nelle guide di viaggio, e ho iniziato a trascrivere, per primo, il racconto della luna di miele in Canada; in realtà il nostro primo soggiorno all’estero è stato a Bruxelles, con gita giornaliera nella splendida Bruges, ma non scrissi nulla all’epoca. Durante l’ultima vacanza, ogni sera prima di addormentarmi scrivevo sulla Moleskine city notebook (quella di Londra, naturalmente) gli avvenimenti della giornata, i luoghi visitati, i locali, le battute destinate a entrare nel lessico famigliare.

E’ trascorsa così buona parte della giornata e non ho scritto, come mi ero ripromessa, il post su Londra e sulla nostra permanenza nella capitale inglese. Avrei potuto farlo durante la settimana, ma ho deciso che “ci vogliono i riti” e che da questo momento pubblicherò i post del blog sempre di domenica, giorno che, con le sue ore lente che invitano alla tranquillità e alla riflessione, mi sembra il più adatto.

Oggi continuo il racconto del viaggio in Inghilterra degli inizi di luglio: dopo il Wiltshire, il Devon, la Cornovaglia e il Dorset (senza nominare le altre contee che abbiamo attraversato) siamo arrivati a Londra, dove abbiamo trascorso gli ultimi giorni inglesi. Volevamo visitare da tempo il Victoria and Albert Museum e abbiamo scelto di soggiornare a South Kensington per questo motivo.

Il museo è dedicato alle arti decorative e ha una collezione di oggetti veramente imponente, le sale sono innumerevoli e pensare di visitarlo tutto in un’unica giornata è impensabile, così ci siamo dedicati solo a quello che ci interessava di più: la collezione di sculture, le Cast Courts, che ospitano le riproduzioni di famose opere in marmo (come il David), la collezione di abiti d’epoca della sezione Fashion e la sala della Jewelry, dove però (purtroppo) non era consentito fare foto.

A presto e buona estate ❤

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Lyme Regis, il Cobb e una spilla conchiglia

Ho comprato una spilla vintage a Penzance, mentre camminavo in cerca di regali tra le piccole botteghe di artigianato locale. Mi sono fermata davanti alla vetrina di un negozio attratta dai cuscini pieni di spille e non ho resistito alla tentazione di cercarne una nuova per la mia collezione. Tra le tante, su suggerimento di mio marito, ho scelto una spilla a tema: è una Sarah Coventry a forma di conchiglia, niente di più appropriato non solo per la Cornovaglia ma anche (e soprattutto) per la nostra mèta successiva: Lyme Regis. Il nome di questo piccolo paese del Dorset è probabilmente sconosciuto ai più, ma se dico Jane Austen e nomino uno dei suoi romanzi, “Persuasione”, tra tutti il più malinconico,  l’immaginazione corre subito a Lyme Regis, alla gita della comitiva di Anne Elliot, la protagonista, e alla svolta improvvisa e decisiva che prende la storia dopo la passeggiata sul Cobb.

Mentre ci avvicinavamo in macchina ho letto a Michele il passo tratto dal romanzo e gli ho parlato anche di un’altra storia ambientata a Lyme, quella, vera, di Mary Anning, una paleontologa ante-litteram nota per il ritrovamento di molti fossili di dinosauro. Le vicende di questa donna sono narrate nel romanzo “Strane creature” di Tracy Chevalier. La mia spilla ha la forma di uno dei fossili più diffusi in queste zone, l’ammonite, e arrivando nel paese abbiamo trovato una lunga fila di lampioni in ferro battuto dalla caratteristica forma a conchiglia.

Tra passeggiate sul Cobb e sul lungomare, la cena da “French Lieutenant’s Bistro“* e foto a tutto quello che c’era da fotografare siamo stati sorpresi dal tramonto “in rosa” di questo luogo pieno di magia e di echi letterari.

Prima delle foto di Lyme ecco quelle della spilla, che, come si può immaginare, ho immortalato su “Persuasione”.

Al prossimo post!

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* “La Donna del Tenente Francese” di John Fowles è un altro romanzo ambientato a Lyme Regis.